Irene Compagnone

Irene: Istanbul, una grande Napoli

Continua la nostra rubrica dedicata alle interviste agli italiani che vivono e lavorano a  Istanbul.

Questo mese Irene Compagnone (collaboratrice di vivistanbul con lo pseudonimo di Irem Ben), 32 anni, di Benevento, laureata in Relazioni Internazionali all’Orientale di Napoli, arrivata a Istanbul per interessi legati allo studio, adesso lavora come interprete e traduttrice turco-italiano.

Cosa ti ha portato in Turchia?                                               

Mi sono laureata con una tesi sui progetti energetici in Turchia. Dopo la laurea, nel 2009, sono venuta a Istanbul per il MAE CRUI al Consolato Italiano. Finito il tirocinio, ho cominciato a studiare la lingua e mi sono ritrasferita a Istanbul nel 2010. Ho continuato a studiare turco e ho lavorato per un periodo come insegnante di italiano. Una volta consolidata la lingua ho iniziato a lavorare come traduttrice e interprete, collaborando anche a progetti di consulenza per aziende italiane.

 

Cosa ti ha attratto di Istanbul?

Ho sentito questa città familiare fin dall’inizio. È come se fosse una “versione gigante” di Napoli. Ovviamente l’atmosfera cosmopolita, i suoi tramonti, il via vai di gente, i vicoletti, la vita di quartiere hanno giocato la loro parte nel farmi innamorare di questa città. Non so esattamente come, ma mi sono sentita sempre a casa qua.

 

Cosa odi di Istanbul?

Istanbul è proprio come Napoli, una città forte che ami e odi allo stesso tempo. Quello che odi di Istanbul è proprio quello che ti manca quando vai via. Ad esempio il via vai continuo di gente, la frenesia e il caos che odi normalmente mentre vivi a Istanbul diventa improvvisamente un nostalgico ricordo quando non fa più parte della tua quotidianità.

 

Qual è il tuo posto preferito a Istanbul?

Per me Kadıköy è sempre stato il mio posto preferito, soprattutto il quartiere di Rasimpaşa, dove ho vissuto per la maggior parte del mio tempo a Istanbul. In questa zona è possibile vivere il paese nella metropoli. È una dimensione molto vivibile, dove conosci i tuoi vicini, i negozianti, il baretto vicino casa e puoi organizzare tranquillamente le tue abitudini come se vivessi in un paesello.

 

Quali sono state le difficoltà iniziali quando ti sei trasferita?

Il primo ostacolo, come credo sia stato per tutti, è la lingua. Dopo l’esperienza in consolato non conoscevo nessuno straniero: uscivo solo con turchi e potevo soltanto cercare di imparare il prima possibile. Mi sono sentita limitata nella mia libertà di espressione, ma poi alla fine è stata la cosa che più mi è servita per imparare la lingua. La mia è stata una full immersion, che è risultata molto difficile all’inizio ma che si è rivelata essere utilissima. Adesso parlo turco molto bene anche a livello professionale.

 

I tuoi consigli a chi si vuole trasferire a Istanbul?

Consiglio di venire con la consapevolezza che si tratta di una realtà diversa da quella da cui si proviene e quindi di mantenere un atteggiamento di tipo positivo verso le differenze. È importante vivere la diversità come qualcosa che arricchisce, senza lamentarsi di tutto ciò che non si trova di quello che abbiamo a casa. Queste cose non si imparano sui libri, perciò l’unico modo per prepararsi è essere disposto ad accettare la novità. Le culture non si studiano, si vivono. Cercate di vivervi Istanbul cogliendo la bellezza delle sue contraddizioni.

 

Cosa ci racconti dei tuoi progetti per il futuro?

Cerco di fare progetti di breve termine e mai a lungo termine e seguire il flusso delle opportunità che mi si presentano.

 

Ti saresti mai aspettata di fare la traduttrice?

La passione per le lingue l’ho sempre avuta, ma non avrei mai pensato di imparare il turco e di trovarmi a lavorare in Turchia. È stato un susseguirsi di coincidenze che mi ha portato qua. La prima volta che ho pensato a questo paese è stato quando al liceo la mia mamma mi ha regalato un libro di poesie di Nazim Hikmet e leggendolo ho pensato a quanto doveva essere bello riuscire a farlo nella lingua in cui erano state scritte. Per paradosso adesso sono in grado di farlo.

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